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Cosa Abbiamo Perso Lungo La Strada?

La lettura di Acqua di sole è stata piacevolissima, mi sono subito immedesimata sin dalle prime parole ritrovando aneddoti ascoltati più volte in famiglia, abitudini e tradizioni familiari che hanno fatto parte della vita di chi in quegli anni viveva la propria giovinezza. […] Leggere come veniva fatto il bucato o come si ottenevano le saponette mi ha portata indietro nel tempo, a un mondo che non esiste più, a una bella Italia che è ancora nei cuori di chi la visse.

Valeria sul suo blog Infinity Passion nella recensione del libro Acqua Di Sole

Salve a tutti e bentornati in questo mio piccolo angolo di web!

Oggi comincio questo post con una citazione tratta da una recensione di Valeria del blog Infinity Passion, un’amica che è stata anche mia cliente e che fidandosi di me mi ha permesso di dare il mio modesto contributo alla realizzazione del suo blog letterario. Ricordo di aver letto questa recensione in un una notte in cui non riuscivo a dormire e ne sono rimasta subito molto colpita.

Oltre alle splendide parole che ha dedicato al libro mi sono ritrovata a pensare molto al significato di alcune frasi che mi hanno ricordato quelle storie raccontate in famiglia da persone che hanno vissuto un momento storico decisamente diverso dal nostro. Ripensandoci adesso, ora che ci parliamo tutti un po’ meno e le occasioni di ascoltare queste piccole perle di vita si sono diradate, mi ritorna in mente cosa pensavo all’epoca nella mia testa di bambina: “doveva essere bello” e mi dispiaceva che molte cose io avrei potuto solo immaginarle o, al massimo, ritrovarle in qualche film o libro.

Parliamoci chiaro, non sono una di quelle persone che pensa che le epoche passate fossero migliori. Credo che ogni momento storico abbia avuto i suoi pregi e difetti. Anche nei racconti dei miei parenti, infatti, non è che sia tutto rose e fiori. Nonostante questo, però, penso che sia un peccato che andando avanti con gli anni molte cose (a volte anche parecchio utili) siano andate perdute.

Abitudini, tecniche, piccoli ma genuini divertimenti ma anche tradizioni del territorio e usanze del luogo. A volte mi sembra come se tutto questo progresso ci avesse portato via una parte di identità sia famigliare che territoriale.

Nei racconti di chi mi parla di una giovinezza vissuta tanti anni fa spesso sento la frase “sai, allora si usava così”. Oggi cos’è che si usa? Seriamente che tradizioni abbiamo? Nella mia città la maggior parte delle tradizioni che sento nei racconti ormai sono andate perdute o comunque sono state molto ridimensionate. Non c’è un senso di appartenenza, un’identità collettiva del luogo. Più o meno, soprattutto in città, è sempre tutto molto simile e in linea generale ormai i modi di festeggiare e celebrare qualcosa si somigliano un po’ tutti.

Per esempio qui a Torino abbiamo ogni anno la festa del santo patrono. Pensate che ci sia qualcuno che se la calcola? Ovviamente no. In passato era una festa importante e sentita, adesso sono in pochissimi quelli a cui importa e personalmente mi dispiace perché anche se io non credo nel cristianesimo mi rendo conto che era una tappa annuale fondamentale, una parte della nostra storia e anche un modo per sentirsi parte di qualcosa.

Non so bene come spiegarlo ma a volte mi sembra che sia sia perso totalmente quel qualcosa che ci rendeva originari di un luogo e che, nella realtà, per molte persone non ci sia quasi più nulla di importante. Le feste per gli studenti sono solo giorni per stare a casa da scuola e per gli adulti, molto spesso, sono semplicemente giornate come le altre.

A livello personale, invece, mi rendo conto che alla mia generazione sono state precluse moltissime esperienze anche a causa di un mondo che vorrebbe includere ma alla fine rende possibili certe cose solo a chi può pagare.

Per esempio quando mia Nonna paterna era giovane la scuola organizzava ogni sabato pomeriggio balli scolastici gratuiti per gli studenti. In questo modo tutti, anche chi non aveva grandi risorse economiche, poteva accedere a questo semplice e genuino divertimento. Oggi la maggior parte delle scuole non organizza un bel niente. Se vuoi andare a fare qualsiasi cosa bisogna pagare, e pagare anche abbastanza caro. Il risultato è che anche volendo andare a ballare come classe o come scuola non ci si riesce ad organizzare perché ci sarà sempre qualcuno che non potrà permetterselo. Molto spesso si ha difficoltà anche con le gite di classe.

Nei racconti dei miei genitori, invece, noto sempre come i divertimenti dell’epoca fossero molto spesso semplicissimi e quindi nella maggior parte dei casi accessibili alla maggioranza delle persone. Giocare a pallone al giardino (bastava che qualcuno portasse il pallone), qualche giro in bicicletta oppure un’uscita con le amiche per chiacchierare sedute su una panchina. Forse la parte più “dispendiosa” erano le discoteche pomeridiane ma niente a che vedere con i prezzi di oggi.

Senza contare che ormai la maggior parte delle discoteche apre alle tardissimo e oltretutto sono quasi sempre con musica Latino Americana. In sostanza quindi o sai i passi (e quindi ti paghi una scuola per imparare o ti guardi qualche tutorial) oppure vai per fare tappezzeria. Un’altra cosa quindi che non è alla portata di tutti tant’è vero che io che non amo il latino americano e siccome col cavolo che mi metto lì ad imparare i passi di una cosa che non mi piace alla fine non vado mai.

Quello che sto notando, nel complesso, in questo ambito quindi è che cambiando i tempi, cambano anche le attività preferite: più dispendiose, meno genuine, meno originali e ovviamente meno alla portata di tutti. Inoltre siccome la vita è molto frenetica e il tempo libero è poco alla fine si fanno quasi sempre esperienze vicine o comunque facilmente raggiungibili.

Sempre leggendo la recensione ho anche pensato a tutte quelle belle cose che io ho avuto la fortuna di vivere e che invece, le nuove generazioni, non vedranno.

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma viviamo in un era molto tecnologica in cui, ho notato, moltissimi bambini sono già immersi fin dalla tenera età perdendosi tutta quella parte di infanzia che io ricordo con molto affetto. Naturalmente io non ho nulla contro la tecnologia, anzi, amo il web e il suo mondo ma mi rendo conto che c’è un momento per tutto.

A sette anni non avevo assolutamente l’accesso al primissimo internet e ho passato tutte le elementari con le mie amiche tra giochi inventati e avventure immaginarie. Non avevamo neppure bisogno di portare i giocattoli a scuola, ci bastava la nostra fantasia, mentre a casa principalmente giocavo con le bambole, con giocattoli vari o al massimo con i dischetti dei giochi per computer. E ovviamente c’era l’appuntamento con i cartoni animati su Italia 1 ogni pomeriggio, che non mi perdevo mai e quello con Quarta Rete subito dopo.

Poi c’erano le volte in cui si andava a casa di qualche amica, un vero e proprio evento. Per me andare a casa di un’amica era sempre un’esperienza, qualcosa che mi faceva sentire come se fossi stata più grande, con un grado – seppur minimo – di autonomia e una vita sociale indipendente da quella dei miei genitori. Era un’appuntamento speciale perché solitamente oltre alla scuola al massimo ci si vedeva al giardino.

Poi quando sono andata alle medie… Beh, certo è arrivato il web. Eppure anche lì mi sale un po’ di tristezza nel pensare che le nuove generazioni non avranno la possibilità di vivere quella parte che ho vissuto io. Le esperienze su internet erano molto diverse all’epoca perché il mondo online era meno polemico. Non dico che non ci fossero rischi ma era un mondo più tranquillo e per quanto mi riguarda anche meno tossico.

Oggi soprattutto gli adolescenti appena entrano sul web trovano social pieni di “influencer” che sbandierano la loro vita “esclusiva” e polemiche di ogni genere. Vengono, quindi, subito introdotti in questo ambiente in cui c’è una gran voglia di farsi vedere e poca sostanza. Mi dispiace davvero che, anche in questo ambito, si sia un po’ persa la genuinità e che le nuove generazioni avranno più difficoltà a vedere la parte che ho visto io, fatta di forum relativamente tranquilli, social semplici dove le persone raccontavano le loro giornate e blog tenuti da persone che raccontavano la loro quotidianità, facendoci sentire più capiti, più vicini e senza darci quella sensazione di non avere una vita abbastanza “fantastica”.

Per questo motivo sono felicissima che una parte del web “old style” sia ancora attiva. Perché è un luogo dove, a mio parere, si trovano contenuti di valore che non mortificano nessuno e non alimentano standard difficili da raggiungere o addirittura tossici.

Insomma, ripensandoci penso che nel corso del tempo ci siamo dimenticati tante cose, piccole abitudini, tradizioni, eventi, una parte della nostra identità collerica del territorio… Il problema è che andando avanti non si tende ad aggiungere ma a soppiantare ciò che è stato prima inseguendo un eterno nuovo che chiamiamo progresso ma che a volte, appunto, è solamente un “nuovo”.

Ok, il post l’ho scritto di getto. Non era quello che avevo immaginato ma era così difficile esprimere il concetto che sono già averlo scritto. Valeria ne ha parlato decisamente meglio di me, sotto questo punto di vista. Purtroppo faccio sempre un po’ fatica quando devo esprimere pensieri così complessi. Spero comunque che vi sia piaciuto e che si sia capito qualcosa. Se vi va, fatemi sapere la vostra opinione nei commenti. Come sempre vi ringrazio per il tempo che avete dedicato alle mie parole.

Al prossimo post!

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